La violenza sulle donne e il silenzio degli uomini. Comunicare il dolore per ritrovare un dialogo

 

katiaLugano, 22 novembre 2012

Katia Trinca Colonel

Giornalista presso il "Corriere di Como" e co-direttore della rivista "Genio Donna", una pubblicazione finanziata dalla Comunità Europea che si occupa di pari opportunità e divulgazione dei problemi delle donne.

Laureata in filosofia all’Università Statale di Milano, svolge attività di divulgazione culturale per l’emittente comasca "Espansione Tv" ha fondato a Como, insieme a tre amiche, l’associazione no profit "Donne per le donne".

Buonasera per questo intervento ho cercato di seguire quello che è la mia vocazione, ho pensato di fare un intervento un po’ più teorico, un po’ più astratto, che partendo dai dati di cronaca, evocava qualche riflessione, qualche domanda, io sono laureata in filosofia, mi piace porre le domande a cui probabilmente non ci sono risposte, però sono convinta che continuando ad interrogarsi a porsi delle domande e a cercare quella che è la nostra essenza di esseri umani si possa arrivare ad una maggiore comprensione di se stessi quindi anche degli altri e anche poi a mettere in atto dei comportamenti che siano rispettosi e virtuosi.

Il titolo lo scelto proprio per questo, mi piaceva partire da quelli che sono i dati reali, provare a chiedersi il perché siamo arrivati a questa situazione drammatica, ecco gli ultimi dati: per quanto riguarda l'Italia di donne uccise siamo arrivati a 140 e non è ancora finito l'anno, nel 2006 sono state 181, nel 2008 147 le donne uccise da mariti, ex mariti, compagni, ex fidanzati quindi da persone che conoscevano bene e di cui magari si fidavano anche, o persone da cui cercavano di sfuggire senza purtroppo riuscirci, solo il 6% di queste donne sono state uccise o hanno subito violenza da parte di sconosciuti, secondo me questo è un dato molto significativo.

Partiamo dalla cronaca: ho trovato un libro molto interessante scritto da un giornalista della RAI si chiama Riccardo Iacona, dal titolo "Se questi sono gli uomini". Iacona ha intrapreso un viaggio in Italia partendo da Enna, arrivando fino a Milano, un viaggio durato qualche mese, il libro è stato pubblicato ad ottobre, quindi lui ha raccolto i dati fino a settembre quando già le donne uccise erano arrivate a un centinaio. La cosa che mi ha colpito di più è stata che questo giornalista non si è accontentato di registrare il dato di cronaca ma è andato lui stesso a cercare di ricostruire le storie di queste donne, ha scelto quattro storie emblematiche poi ne ha raccontate altre verso la fine poiché era difficile tenere aggiornati i dati perché di violenze ne succedevano una ogni due giorni ed era impossibile tenere il libro aggiornato, però partendo da queste storie ha suscitato molte riflessioni interessanti, lui nel libro la definisce "una guerra" che prima di arrivare sui giornali comincia nelle case che magari dura da mesi il cui epilogo noi leggiamo in quattro righe di cronaca sul giornale.

Scavando in queste vicende addirittura si è trovato spesso a raccogliere dei dati, delle informazioni che gli inquirenti non avevano cercato, quindi delle informazioni in più rispetto a quelle trovate dagli inquirenti.

Una storia che mi ha colpito di più è quella di Vanessa una ragazza di venti anni di Enna che è stata uccisa dal suo compagno Giovanni Cuciti di 14 anni più grande, è stata strangolata con il cavo del telefonino da quest'uomo che poi è fuggito, quando è stato ritrovato il cadavere lui si comportava come se nulla fosse, poi messo alle strette ha confessato. Indagando nel mondo delle amiche di Vanessa, nella famiglia di lui e nella famiglia di lei, è emerso un quadro che oscilla dalla modernità al medioevo, da un lato queste ragazze sono apparentemente molto libere, in realtà non è così perché Iacona scopre per esempio che la migliore amica di Vanessa nel momento in cui si è sposata, ha perso completamente il legame con questa ragazza, dice "una volta che una donna si sposa, il legame con le amiche viene reciso", sembra quasi che non possono continuare in parallelo due vite. Quest'uomo era già stato segnalato per violenze alla moglie da cui poi si era separato, aveva corteggiato questa ragazza per un anno facendole regali, facendola sentire bella, importante, lei ha deciso di andare contro la sua famiglia che non era ovviamente d'accordo che lei frequentasse un uomo più vecchio, è andata a convivere con quest'uomo, quando si è resa conto purtroppo della persona che aveva vicino era ormai troppo tardi, preso da un raptus di gelosia l'ha uccisa.

La cosa che colpisce è che chiedendo alle donne di Enna se non si fossero accorte e se avessero parlato con questa ragazza, la risposta è stata che il classico detto "tra moglie e marito non mettere il dito" vale sempre.

Addirittura scopre che ci sono tantissime donne maltrattate ma che non se ne parla e che lo sportello di aiuto alle donne viene aperto soltanto nei giorni di mercato perché è l'unico momento in cui le donne sono libere, vanno a fare la spesa e possono andare se vogliono a parlare allo sportello.

Un altro dato che è emerso e che non riguarda solo la Sicilia di cui si potrebbe dire "la Sicilia è arretrata" ma che riguarda dal nord al sud, perché poi sappiamo che le violenze sono trasversali, avvengono nelle famiglie degli operai, avvengono nelle famiglie in cui ci sono imprenditori, uomini che hanno un alto livello di riconoscimento sociale, che hanno raggiunto un certo stile di vita che parrebbe irreprensibile, l'altro aspetto che mi ha colpito è il fatto che queste violenze dalla famiglia non escono, tutto viene trattenuto dentro le mura della casa, non si deve sapere, non si deve impicciare, non ci si deve intromettere, Iacona dice che in questo caso "la famiglia diventa l'ultimo rifugio semantico di una società che ha smesso di prendersi cura delle persone".

Io so che la UPF tiene molto al concetto di famiglia, capisco che la famiglia è la cellula base della nostra società, però io penso che questa famiglia vada un po’ smitizzata perché la famiglia può essere la fonte della più grande gioia così come può essere la fonte della più grande disperazione, voi mi direte ma se non c'è più la famiglia in che cosa dobbiamo credere? Io penso che ci sia qualcosa che può fare da collante al di fuori dalla famiglia che siamo noi, che siamo qui questa sera, che non ci conosciamo, che non ci siamo mai visti, ma che possiamo tessere delle relazioni delle reti di solidarietà, di coscienza di amicizia, io non so ma credo che poi la signora Sonny me lo confermerà, spesso le donne che escono dalla violenza non lo fanno confidandosi con i familiari ma con gli estranei, con la vicina di casa che ti offre un caffè, con una amica, con qualcuno che intercetti nella tua vita.

Quello che mi ha colpito in questo libro è questa indifferenza che queste donne hanno trovato intorno a loro, e quindi che le ha portato a tenere per se il dolore di un maltrattamento, di una violenza, che sia stalking, che sia violenza psicologica, che sia violenza fisica, ecco proprio a conclusione di questo viaggio, Iacona trova la testimonianza in un centro antiviolenza di Bolzano, di un paio di persone che sono li per farsi curare per cercare di superare questo problema e da questa testimonianza vorrei partire per passare alla seconda parte del mio intervento, questo signore dice: "si le donne con la loro lingua ti fanno a pezzi, l'uomo resta li, non trova le parole, urla, usa la violenza perché è una scorciatoia per arrivare dove non riesce ad arrivare, ma devi capire che ci puoi arrivare in un altro modo, attraverso la maturità"

Lei sente di essere diverso? userebbe violenza contro una donna? chiede il giornalista, lui risponde con grande sincerità: "non ci sono certezze in queste cose, so solo che adesso sono una persona che vede le cose in maniera molto diversa, riesco a capire meglio il punto di vista di una donna, se tu batti una mano sul tavolo a me non fa ne caldo ne freddo, invece per lei è un gesto di prepotenza, senti che la violenza ti da un potere, ma devi capire che la violenza non è un potere e che innanzitutto è fare del male a te stesso, siamo tutti vittime, chi fa la violenza è carnefice e vittima nello stesso tempo, ti fai del male, e sei una vittima del tuo male, crede che non sarei stato meglio se non avessi avuto un carattere così irascibile?, certo che sarei stato meglio, quando capisci che ti stai facendo del male allora hai già fatto un passo avanti". Ecco questa è purtroppo una eccezione perché la maggior parte degli uomini non si guarda dentro.

Ho preso spunto anche da un altro saggio questa volta scritto da una donna, molto bello che si intitola appunto "Il silenzio degli uomini"scritto da Iaia Caputo che è una autorevole firma della repubblica ed è un'attenta osservatrice del mondo delle donne, l'introduzione di questo saggio è molto bella perché fa entrare subito nel cuore del problema che è quello appunto del silenzio.

L'autrice si trova nel cimitero americano di Saint Laurent in Normandia, un posto molto bello vicino al una collina, di fronte all'oceano, c'è pace, c'è silenzio, lei cammina tra le tombe dei soldati che sono morti durante lo sbarco in Normandia, cammina in una distesa di croci bianche, sono 9387 e guardando queste croci si rende conto che la maggior parte degli uomini caduti hanno poco più di 20 anni e si chiede"ma questi ragazzi che sono sbarcati quel giorno, che sono stati falciati dalle mitragliatrici dei nemici, che sono caduti come fiori, che non hanno potuto quasi poggiare i piedi sulla spiaggia, in quel momento che cosa hanno pensato quando sapevano di andare incontro alla morte? avranno invocato la madre? avranno chiesto aiuto? avranno avuto paura? avranno avuto disgusto e orrore di quello che vedevano intorno a loro perché pur essendo li per lottare probabilmente per un ideale di giustizia però nel momento in cui vedi attorno a te la morte senza senso, che cosa avranno pensato?"

Lei ha sentito caratterizzare quel momento proprio con la parola silenzio, una parola mai detta, una sofferenza mai detta, un qualcosa che è rimasto li e resterà per sempre un silenzio, da questo parallelo è partita la sua riflessione e dice che anche oggi gli uomini vivono in una maniera poco dissimile da questi uomini che sono morti in battaglia e che muoiono tutt'ora, vivono nel silenzio delle proprie paure, nel silenzio dei propri dolori, delle proprie inquietudini, e dice "questo libro è stato assediato dal silenzio, io ho cercato di intercettare il dolore degli uomini, ma non ci sono riuscita proprio perché l’uomo ancora fatica a trovare le parole per dire la sua paura", e quindi dice l'autrice la paura è l'altra faccia della violenza, se la paura non viene nominata si trasforma in violenza, dice con questa belle parole "se la violenza è paura raggelata, scagliata fuori di sé, contro chi si teme quanto più si immagina di non conoscerlo, che sia nemico, straniero o donna, riconoscere la paura come legittima è possibile, quanta violenza potrebbe evitare?"

Di che cosa ha paura l'uomo? la conclusione è che di fronte ad una società che non è più patriarcale l'uomo ha perso i punti di riferimento, il coraggio, quella determinazione che gli dava il sapere di avere in mano comunque sempre il privilegio di poter decidere per se stesso e anche per le persone che gli stavano vicino, gli uomini si sentono destabilizzati, hanno paura di perdere questo privilegio, temono il disconoscimento, la destituzione del loro ruolo e quindi la donna che dall'altra parte sta sempre più acquisendo consapevolezza del proprio diritto ad avere gli stessi privilegi, le stesse opportunità degli uomini, fa paura e quindi smesse queste maschere che per l'uomo sono quelle del padre virile, severo e quella della donna che deve essere sempre la madre dolce, comprensiva, virtuosa, sia gli uomini che le donne sono in una fase di ricerca della loro autenticità che ancora non si è completata e che quindi ha creato una incomprensione di fondo.

Da qui arrivo proprio a ritrovare il dialogo che forse è l'unica possibilità che abbiamo per poter ritrovare una collaborazione, una solidarietà, per poter ritornare a parlarci uomini e donne, qualcuno dice "però il delitto d'onore, il delitto passionale c'è sempre stato non è una cosa di pochi anni" è vero il delitto d'onore e passionale c'è sempre stato ma secondo me c'è una differenza rispetto ad oggi, il delitto d'onore era soprattutto per quanto riguarda la legge italiana accettato nel senso che fino all'81 in Italia c'era la legge che per chi uccideva la donna perché era stato tradito, aveva degli sconti di pena così come se uccideva l'amante della moglie, però era la concezione ignorante, gretta accettata perché comunque il delitto passionale ridava autorevolezza all'uomo e lo rimetteva al centro dell'attenzione.

Adesso la violenza nasce proprio da una opposizione disperata ad un cambiamento femminile e dalla incapacità di comprenderlo e di accettarlo, questa violenza è generata dal panico di vedere delle donne libere che si possono autodeterminare che possono scegliere di lasciare il compagno se con questo compagno non c'è più un futuro. Questo spiega anche la violenza maschile una violenza che spesso è anche autodistruttiva perché molti uomini uccidono le proprie compagne e anche i loro figli andando contro quello che è un istinto naturale di sopravvivenza della specie, anche questo deve far riflettere, il fatto che questi uomini siano cechi, non vedono nessun futuro davanti a sé e trascinano nella disperazione tutti quanti, la moglie, i figli, l'ex moglie, oggi sentivo addirittura di un uomo che ha ucciso il suocero, questa è una situazione incredibile, però quello che dall'altra parte colpisce è che da parte del governo, delle istituzioni non c'è nessuna attenzione a questo problema.

Ho provato ad immaginare ma se al posto di 140 donne fossero stati uccisi 140 uomini penso che i giornali ne avrebbero parlato tutti i giorni perché sarebbe stato un fatto straordinario, una cosa inconcepibile, invece per questa continua escalation di violenza contro le donne a parte il classico articolo di cronaca non viene fatto niente, adesso si stanno facendo delle manifestazioni in Italia le donne di "Se non ora, quando"scenderanno in piazza per chiedere rivendicazioni, addirittura Buongiorno ha proposto una legge per dare l'ergastolo per i femminicidi, però penso che il problema sia un problema di cultura, di cambiamento di mentalità, di educazione, bisogna partire dalle scuole dai ragazzi, inasprire le pene non credo serva, io penso che come dice Iaia Caputo da parte dell'uomo sia necessaria proprio una rivoluzione e concludo con le sue parole "se gli uomini per una volta si mettessero in ascolto delle più profonde verità di se stessi, anche di quelle più destabilizzanti, smettendo di rimuoverle o al contrario di rifiutarsi di interpretarle, rivendicandole come dati di natura, qualità o disfunzioni immanenti e quindi immodificabili del genere a cui appartengono, compirebbero una rivoluzione del pensiero", quindi smuovere le certezze granitiche che ci sono, rimettersi in discussione, ritrovare proprio un dialogo con l'altra metà del cielo, forse sarebbe un passo verso una tregua, forse non la fine della guerra ma una tregua probabilmente si.

Grazie